- Di processo
- Solo così è possibile interpretare correttamente il dato e gli indicatori che ne derivano: accanto all’hba1c e al time in range si affacciano infatti parametri più fini, dal tempo in range “stretto” (time in tight range) alla variabilità glicemica, fino agli indici compositi di rischio, che consentono una lettura più ricca e personalizzata del profilo glicemico.
Il monitoraggio in continuo inoltre agisce come leva educativa e comportamentale: la visibilità immediata dell’effetto di alimentazione, attività fisica e terapia sui valori glicemici genera consapevolezza e orienta i comportamenti. Le evidenze più recenti suggeriscono che, nel diabete tipo 2 non insulino-trattato, la sola disponibilità del dato in continuo
- Professionali
- Il monitoraggio glicemico è oggi parte integrante della cura del diabete mellito, non solo come misura del compenso ma come strumento di conoscenza e di relazione con la persona con diabete. Il monitoraggio in continuo del glucosio (cgm) ha progressivamente superato i confini del diabete tipo 1 e della terapia insulinica, affermandosi anche nel diabete tipo 2 — comprese le forme in trattamento non insulinico — grazie a una base di evidenze in costante crescita e alla disponibilità di dispositivi sempre più accurati e semplici da utilizzare.
L’utilizzo consapevole del cgm presuppone la capacità di valutarne criticamente l’accuratezza, senza ridurla alla sola mard: la performance di un sistema va letta anche attraverso l’accuratezza nelle diverse fasce glicemiche — in particolare in ipoglicemia —, la concordanza clinica (error grid), la precisione tra sensori, il ritardo di misura e i criteri standardizzati di accuratezza (icgm), oltre alle condizioni d’uso e alle possibili interferenze
- Di sistema
- Anche in assenza di un intervento educativo strutturato — possa associarsi a un miglioramento del controllo glicemico, aprendo una riflessione sul ruolo autonomo dello strumento nel percorso di cura.
L’elemento di novità più significativo, tuttavia, non riguarda più il “se” il cgm sia efficace nel diabete tipo 2, ma il “come” renderne sostenibile e appropriato l’impiego. La sfida attuale è passare dalle evidenze scientifiche alla loro traduzione organizzativa: definire come, quando e per quanto tempo utilizzare il monitoraggio nel diabete tipo 2, distinguendo l’uso continuativo da quello intermittente o diagnostico, e inserirlo stabilmente nel percorso diagnostico terapeutico assistenziale (pdta) e nei modelli di presa in carico territoriale — anche in chiave di telemonitoraggio, equità di accesso e uso responsabile delle risorse