- Di sistema
- La letteratura degli ultimi 15–20 anni converge su un punto chiave: l’adhd non è riducibile a un singolo deficit cognitivo, né a un bersaglio riabilitativo unitario. È un disturbo eterogeneo, con alterazioni dimensionali che attraversano più domini (esecutivi, motivazionali, emotivi, di processazione temporale), ampiamente condivisi con altri quadri neuropsichiatrici (asd, disturbi dell’umore, dsa, disturbi esternalizzanti). In quest’ottica, l’intervento riabilitativo efficace non è “allenare una funzione”, ma modulare sistemi di funzionamento che mediano l’adattamento del bambino nei contesti reali. Le meta-analisi mostrano infatti che il cognitive training “puro” migliora le prestazioni ai compiti allenati, ma non generalizza in modo robusto sui sintomi adhd o sul funzionamento ecologico se non integrato in modelli più ampi.